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Ginkgo biloba nella prevenzione del decadimento cognitivo: possibile efficacia?
E' di questo ultimo mese la pubblicazione di un trial clinico in doppio cieco randomizzato che giunge a sostegno di precedenti indicazioni sull'utilizzo dell'estratto di Gingko biloba nel potenziare le prestazioni cognitive moderatamente negli anziani sani e nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer. Secondo lo studio pubblicato sulla rivista Neurology, durato oltre tre anni e condotto su 118 persone ultra ottantacinquenni senza evidenti disturbi di memoria, l'assunzione di un estratto standardizzato di Gingko biloba in foglie, a dosi di 80 mg per tre volte al giorno, ha probabilmente garantito in chi ha seguito il trattamento in modo scrupoloso una minore declino cognitivo ed una migliore performance di memoria. Il trattamento ha però causato anche un incremento di eventi ischemici e di piccoli infarti, non letali, che richiedono certamente un maggiore approfondimento. Come correttamente indicato dagli autori, è doveroso riportare che le dimensioni ridotte di questo studio hanno permesso solo di mostrare un possibile effetto preventivo e per una maggiore solidità dei risultati servirebbe osservare una popolazione molto più estesa.
A.Fa.R - Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca
"Proposta di nuovi criteri diagnostici per la malattia di Alzheimer"
I criteri attualmente condivisi dalla comunità scientifica internazionale e in uso nella pratica clinica per la diagnosi di demenza di Alzheimer sono quelli del the National Institute of Neurological Disorders and Stroke-Alzheimer Disease and Related Disorders (NINCDS-ADRDA) e del Diagnostic and Statistical Manual of mental Disorders, fourth edition (DSM-IV-TR).
Secondo tali criteri diagnostici un paziente è affetto da demenza di Alzheimer se ai disturbi di memoria e alla perdita progressiva delle altre funzioni cognitive si associa la mancanza di autonomia nelle attività di vita quotidiana.
Studi scientifici hanno portato alla scoperta di tre marcatori biologici della malattia che dimostrerebbero la presenza della stessa anche anni prima della sua manifestazione clinica.
Tali marcatori sono:
1) La morte neuronale nelle strutture temporali mesiali addette ai processi di memoria, evidenziabile tramite Risonanza Magnetica.
2) Gli anormali livelli delle proteine Tau e Abeta 42 nel liquido cerebrospinale.
3) La riduzione del metabolismo di glucosio in specifiche regioni cerebrali, evidenziabile tramite Tomografia ad Emissione di Positroni (PET).
I ricercatori dimostrano che uno dei tre marcatori da solo è sufficiente per avere una predittività di malattia di Alzheimer dell’80%, dando adito oggi ad una concreta proposta scientifica per nuovi criteri diagnostici (Dubois et al., 2007).
Non vi sono studi sull’accuratezza della positività dei tre indici contemporaneamente, ma è ragionevole pensare che si avvicini al 100%.
La comunità scientifica sta cercando di fare in modo che in futuro una diagnosi precoce di questo tipo permetta un intervento farmacologico in grado di ritardare l’inizio della malattia o comunque in grado di rallentarne il decorso.
A.Fa.R - Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca
Il cerotto di rivastigmina per la terapia dell’Alzheimer
È stato da poco sperimentato il primo cerotto transdermico per il trattamento della malattia di Alzheimer, contiene rivastigmina, un inibitore dell’acetilcolinesterasi già ampiamente in uso per il trattamento sintomatico della malattia.
Lo studio sperimentale ha valutato tollerabilità ed efficacia della rivastigmina in 4 gruppi sperimentali, di cui ognuno assumeva rivastigmina cerotto a rilascio di 9.5 mg/24 ore, rivastigmina cerotto a rilascio di 17.4 mg/24 ore, rivastigmina compresse 12 mg/24 ore oppure placebo (nessun tipo di assunzione) per un totale di 1195 pazienti seguiti per 6 mesi.
I risultati hanno dimostrato che tutti i gruppi in trattamento avevano un significativo miglioramento della cognitività rispetto al placebo.
Il cerotto a basso dosaggio è risultato avere un’efficacia simile alle compresse, ma con una significativa minore prevalenza di effetti collaterali (nausea e vomito) che risultavano due terzi di meno.
Il cerotto ad alto dosaggio dimostrava un miglioramento della cognitività più precoce e quantitativamente più rilevante rispetto al cerotto a basso dosaggio, con una prevalenza di effetti collaterali simile alle compresse. La tollerabilità locale del cerotto è risultata buona.
Lo studio suggerisce che il cerotto di rivastigmina ha un’efficacia paragonabile a quella delle compresse ad alto dosaggio, con il vantaggio di un miglioramento del profilo di tollerabilità verosimilmente dovuto alla riduzione delle fluttuazioni della concentrazione plasmatica del farmaco. Inoltre, la formulazione in cerotto della rivastigmina viene di gran lunga preferita a quella in compresse dai caregiver dei pazienti a causa della facilità dell’uso e della gestione del dosaggio.
Tuttora in Italia sono in corso le sperimentazioni per confermare questi dati, quindi il cerotto non è ancora in commercio.
A.Fa.R - Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca
Tanta luce durante il giorno: la pillola per il sonno
I disturbi di sonno sono molto frequenti in persone affette da malattia di Alzheimer e da altre forme di demenza. Spesso dai familiari ci viene riferito che i pazienti dormono poco, hanno frequenti risvegli notturni, confondono la notte con il giorno, si vestono e vogliono uscire.
Il loro ritmo circadiano è alterato.
Qual è la soluzione?
Solitamente si ricorre a farmaci che spesso risultano essere efficaci, ma purtroppo non hanno lo stesso effetto su tutti i pazienti.
Uno dei consigli che si dà sempre è fare in modo che durante il giorno trascorrano il tempo in ambienti molto luminosi in modo che abbiano poco modo di riposare di giorno e che la notte siano stanchi e pronti per dormire.
Uno studio pubblicato ad Ottobre su Journal of the American Geriatrics Society aveva lo scopo di osservare se ambienti “extra-illuminati” migliorassero la quantità di sonno dei pazienti e di conseguenza ripristinassero il ritmo circadiano.
Allo studio hanno partecipato 66 pazienti con demenza ricoverati in due unità geriatriche diverse.
Il metodo faceva in modo che i pazienti svolgessero le proprie attività in ambienti intensamente illuminati per tempi diversi durante il giorno: un gruppo per 2/3 ore la mattina, un altro per lo stesso tempo la sera, un altro per 8 ore tutto il giorno. Un quarto gruppo infine svolgeva le attività quotidiane in ambienti con normale illuminazione.
Il tempo di sonno aumentava significativamente, anche se in modo modesto, in pazienti con demenza severa soprattutto nei gruppi che stavano in ambienti intensamente illuminati la mattina e durante tutto il giorno. I ricercatori concludono che svolgere attività quotidiane in ambienti con intensa illuminazione migliora la quantità di sonno in modo molto modesto, ma, a questo scopo, è un’illuminazione comunque da preferire a quella normale.
Naturalmente bisogna fare attenzione al giusto compromesso da trovare tra i benefici che si riscontrano sul sonno e i costi per un’illuminazione quotidiana ad alta intensità.
La PET come indagine di un fattore di rischio materno
Avere un parente affetto da malattia di Alzheimer anche ad esordio tardivo, ammalatosi cioè dopo i 65 anni, è un fattore di rischio per sviluppare la malattia. Senza allarmarci teniamo bene in considerazione che un fattore di rischio è in realtà una debole predisposizione per i familiari diretti non affetti a sviluppare decadimento cognitivo, come può essere quella di un figlio di un iperteso sviluppare ipertensione. Con i nuovi criteri diagnostici della malattia proposti da Dubois, a fare capolino per una diagnosi precoce è, insieme ad altri, l’esame strumentale PET (Tomografia ad Emissione di Positroni) con un particolare tracciante, il Fluoro-Desossiglucosio (F18-FDG), che osserva il metabolismo del glucosio nelle aree cerebrali e quindi indirettamente l’attività di tali aree. Il valore di questo esame è che la presenza di una riduzione del consumo di glucosio ci fa supporre che le aree in cui venga riscontrata non “lavorino” più come prima. Nell’Alzheimer, e addirittura in uno stadio di pre-demenza, si osserva un pattern specifico di riduzione del consumo glucidico, pattern che coinvolge naturalmente le aree della memoria e quelle che ad esse sono connesse. Uno studio statunitense ha osservato se persone cognitivamente normali con una positiva storia familiare di Alzheimer (almeno un parente diretto affetto) presentassero alla PET un pattern simile a quello dell’Alzheimer più di altre persone con nessun parente affetto. Sono stati reclutati 16 individui cognitivamente sani con familiarità positiva per la malattia da parte materna, 8 da quella paterna, 25 senza alcuna familiarità. Alla PET persone con familiarità materna risultavano avere un pattern significativamente più simile a quello ‘Alzheimer’ di quelle con familiarità paterna come di quelle con familiarità negativa. Gli autori concludono affermando che una familiarità materna predisponga maggiormente ad una riduzione del metabolismo glucidico simile a quello osservato nella malattia di Alzheimer. Si tenga presente che un pattern più simile a quello dell’Alzheimer non vuol dire un pattern patologico e bisogna ricordare che quest’esame per ora non è sufficiente da solo a dare informazioni su una reale predisposizione alla malattia.
Terapia Anti -TNF -alfa per l'Alzheimer
E' stato riportato lo studio di un caso clinico di un paziente di 81 anni con Malattia di Alzheimer a cui è stato somministrato un inibitore del TNF-alfa (fattore di necrosi tumorale-alfa), l'etanercept. Il trattamento consisteva nella somministrazione dell'etanercept attraverso una puntura cervicale con cadenza settimanale per 6 mesi. Il paziente ha presentato un miglioramento rapido della cognitività (entro minuti), in particolare delle abilità visuospaziali ed esecutive, documentato da un miglioramento della performance ai test neuropsicologici, confrontata prima e dopo la somministrazione del farmaco. Gli Autori hanno cercato di quantificare in questo lavoro tale miglioramento che avevano già osservato in un precedente studio in aperto su 15 pazienti affetti da malattia di Alzheimer e che non avevano misurato per mancanza di strumenti validi a disposizione. La spiegazione dell'efficacia di questo nuovo trattamento sembrerebbe dovuta al ruolo critico del TNF-alfa nella regolazione degli eventi chimici che facilitano la comunicazione tra le cellule neuronali.
È importante sottolineare, comunque, che questi risultati sono molto preliminari. Sono necessari studi randomizzati con placebo per confermare i risultati di uno studio in aperto.
A.Fa.R - Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca
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