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Alzheimer Café: luoghi di incontro e terapia

cafè

Stanno sorgendo anche in Italia punti di ritrovo per anziani con problemi irreversibili di memoria. Per loro, momenti di conversazione «guidata», alternati a momenti più propriamente riabilitativi.

Si chiamano Alzheimer Café e sono dei luoghi di incontro per anziani con problemi di memoria irreversibili. Già presenti in Olanda - il primo è stato aperto a Leida nel ' 97 - Gran Bretagna, Germania, Belgio, Grecia e Australia, si stanno diffondendo ora anche da noi. A marzo, dopo quelli di Como, Isola Vicentina e Modena, che sono già stati frequentati da oltre 150 persone - aprirà i battenti a Treviso il quarto locale italiano. Ma che cosa sono esattamente? E che aiuto potranno dare ai malati di Alzheimer, che in Italia sono mezzo milione «Nonostante il nome, non sono bar, - puntualizza il promotore del progetto veneto, Giorgio Pavan, dirigente sanitario dell' Israa (Istituto Ricovero e Assistenza Anziani) - ma sono strutture pubbliche provviste di cafeteria, dove trascorrere un paio d' ore la settimana in compagnia di altre persone con gli stessi problemi, sotto la la guida di personale medico della Asl. Il tutto, ovviamente, "alleggerito" con generi di conforto pomeridiani, quali tè, caffè e magari con l' aggiunta di pasticcini». Nuovi stimoli «Alcuni anziani, delle sedute precedenti ricordano solo i dolcetti - interviene Clementina Pezzei della Fondazione Gaspari Bressan di Isola Vicentina, sede di un Café - ma, visti i sintomi della malattia, lo consideriamo un successo. D' altra parte, il nostro obiettivo è quello di stimolare la memoria con domande su problemi personali e pure sugli aspetti piacevoli degli incontri precedenti». Per gli anziani di Treviso, invece, nessun esercizio mnemonico sui loro trascorsi da Café, ma una precisa scaletta di attività: «Il nostro personale medico applica il metodo Miesen, - riprende Pavan - un progetto terapeutico che prende il nome dal geriatra olandese, Bère Miesen, che prevede un sistema di stimolazione della memoria basato su momenti formali di confronto alternati a momenti informali di conversazione». Conversazioni libere «Durante questi incontri - prosegue Pavan - il geriatra (o lo psicologo) privilegia il dibattito, per riuscire a tenere desta l' attenzione dei partecipanti, mantenendo però fissi modi, tempi e date delle riunioni. Gli anziani traggono benefici da tante piccole improvvisate, ma solo se sono in un contesto stabile, organizzato». Non tutto "come da copione", invece, in una saletta del bar dello Yacht Club di Como. Qui, sotto l' occhio dei volontari GRAAL (Gruppo Reciproco Aiuto Alzheimer, costola del Centro Donatori del Tempo della città), gli anziani sorseggiano caffè, ma giocano anche a Memory, preparano biglietti natalizi, o maschere di carnevale. «Siamo stati i primi a utilizzare un locale pubblico come luogo di aggregazione - dice Marilisa Corbetta, segretaria dell' associazione -. Sono ben dodici anni che approfittiamo della gentilezza dei gestori del bar per i nostri café del lunedì. E questi pomeriggi sono toccasana, soprattutto per i familiari che curano i malati». Aiuto ai parenti Ma anche il progetto Miesen non si dimentica dei parenti. Commenta Pavan: «In Olanda, una volta accertata la diagnosi, il medico informa immediatamente della malattia paziente e familiari. Al primo, in aggiunta alla terapia, vengono proposte attività terapeutiche. Ai parenti, la frequenza a corsi per imparare a convivere col malato. Da noi al malato non si dice nulla e i parenti affrontano la diagnosi "facendo finta di niente", ma con profonda disperazione. Per questo, parallelamente agli Alzheimer Café, stiamo avviando corsi per le persone vicine all' anziano». La gestione dell' Alzheimer Café di Modena è ancora diversa. Parenti, assistenti e badanti si trovano una volta al mese in una struttura pubblica per confrontarsi e ricevere informazioni da esperti. E gli anziani? «Non ci siamo dimenticati di loro; - afferma Luc Pietr De Vreese, medico responsabile del nucleo specialistico demenze della RSA IX Gennaio di Modena - sapendo che molti familiari hanno difficoltà a lasciare incustoditi i loro malati, abbiamo creato un "area" in cui tenere occupate queste persone durante le lezioni». Conclude Gabriella Salvini Porro, presidente Federazione Alzheimer Italia: «Ottime iniziative, gli Alzheimer Café. Ma con un rischio: quello di considerare questi anziani degli arzilli vecchietti con "normali" cali di memoria dovuti all' età... E invece sono malati incurabili, affetti da una grave patologia invalidante». Mai domande e massima libertà d' espressione Ecco le mosse corrette per comunicare con il malato di Alzheimer. Evitare di fare domande: inibiscono e imbarazzano il malato, che non è in grado di rispondere. Non interromperlo mentre parla; lasciargli tempo di esprimersi compiutamente. Evitare di correggere il malato; lasciare che si esprima liberamente come può. Lasciare il più possibile che sia il malato a scegliere gli argomenti. Quando mancano le parole Come aiutare malati e familiari a comunicare Una realtà a più facce, quella degli Alzheimer Café, che può disorientare. Chiediamo a Pietro Vigorelli, responsabile dell' Unità Operativa di Medicina riabilitativa dell' Ospedale S.Carlo di Milano e autore del manuale "La conversazione possibile con il malato di Alzheimer" (Franco Angeli Ed.) di fare il punto su questi "intrattenimenti" terapeutici. «Una premessa: il paziente Alzheimer fallisce nei discorsi, "non trova le parole", spazientisce l' interlocutore e, consapevole dei suoi insuccessi, tende a chiudersi sempre di più. Al deterioramento del linguaggio concorrono due fattori: la malattia stessa, con l' alterazione delle funzioni cerebrali; il contesto in cui vive il malato. Bisogna, quindi, intervenire sul fronte terapeutico, con diagnosi certa e cure appropriate. E sui familiari e il loro modo di relazionarsi con il malato». Quale percorso suggerisce? «Vanno distinti i momenti di svago, utilissimi ai fini della socializzazione e del benessere psicologico, dalle sedute terapeutiche. Al San Carlo, ho iniziato, con la collaborazione dei reparti di Neurologia e Psicologia, un progetto d' incontri per malati e familiari, applicando il metodo del "Conversazionalismo" di Giampaolo Lai. Mentre in una stanza un gruppo di terapia conversazionale interviene sul malato, nella stanza accanto uno psicologo svolge un corso di formazione ai parenti. Applicando alcune tecniche del Conversazionalismo (v. box a sinistra) arriviamo a far parlare sempre più il paziente. All' inizio, sono le parole dell' interlocutore a prevalere. Poi, è l' anziano a parlare di più, a raccontare di sé, dei familiari, dei ricordi di guerra... O della perdita di memoria. Le conversazioni vengono registrate e valutate: se il malato usa un buon numero di sostantivi, è ancora legato alla realtà (un eccesso di verbi è invece sintomo di allontanamento); consideriamo pure quanto il linguaggio sia scorrevole e quanto il malato sia in grado di mantenere senso e filo del discorso». Che cosa pensa degli Alzheimer Café? «Possono essere utili sia per i pazienti sia per i familiari. Teniamo presente che i malati di Alzheimer lasciati a se stessi tendono a isolarsi. Ben venga il locale fornito di caffè e intrattenitore, purché questi abbia una formazione adeguata». IL PESO DELLE PAROLE Se il malato usa un buon numero di sostantivi, è ancora legato alla realtà; un eccesso di verbi è invece sintomo di «allontanamento» ' '

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